LA RAGAZZA CON IL BRACCIALETTO

Regia di Stéphane Demoustier

con Melissa Guers, Roschdy Zem, Anaïs Demoustier, Annie Mercier, Pascal Garbarini, Chiara Mastroianni

Genere Drammatico – Francia 2019, durata 93 minuti

SINOSSI


Lisa ha 18 anni e un braccialetto elettronico alla caviglia. Accusata due anni prima del presunto omicidio della sua migliore amica, attende il processo a casa dei genitori. Bruno e Céline la sostengono, interrogandosi ciascuno a suo modo sulla maniera migliore di fare fronte al dramma familiare. Bruno è un padre proattivo, Céline una madre bloccata davanti al destino della figlia. Un destino che si gioca in tribunale tra accuse e difese, confessioni e testimonianze che rivelano la sua vita intima e rendono difficile discernere la verità. Chi è veramente Lisa? Conosciamo veramente chi amiamo? Come capire che esiste sempre un’altra verità? In piedi davanti a un crimine che giura di non aver commesso, Lisa aspetta (forse) impassibile il giudizio della corte.

Una giovane ragazza, nel bel mezzo di una giornata al mare con la sua famiglia, viene raggiunta e portata via dalla polizia; si scoprirà poi essere accusata dell’omicidio della sua migliore amica. I genitori increduli, sicuri dell’innocenza della loro figlia, iniziano una battaglia dentro e fuori l’aula di tribunale, per dimostrarne l’innocenza e per sgretolare quell’accusa sulla loro bambina che la dipinge come una spietata omicida.

Crime, thriller giudiziario, drammatico, noir: difficile dare una categorizzazione a questo film, che risponde in modo pulito e senza cliché all’intersezione di ognuno di questi “generi” cinematografici. Il film, che ha vinto in Francia il Premio César alla Migliore Sceneggiatura Non Originale, mette il focus su due temi principali: la famiglia in crisi e la difficile comprensione degli adolescenti, soprattutto dal punto di vista di un padre e di una madre, ma anche dallo sguardo lontano di un apparato sociale e istituzionale ostile.

Il cinema francese è stato sempre particolarmente affezionato ai dolori dell’adolescenza, a ciò che concerne aspetti emotivi, di formazione, di crescita, sia fisici e ancor più intellettuali. Dai tempi di maestri come Robert Bresson e François Truffaut, ma anche in epoca recente con autori come Bruno Dumont e François Ozon, solo per citarne alcuni. La scuola dei predecessori è virtuosa e a tratti inarrivabile, ma questo contributo dato all’opera cinematografica dal giovane Demoustier si afferma con rigore e stile. Qui sicuramente il mondo degli adolescenti, e in particolare una loro esponente, viene messo più che mai sotto accusa, all’angolo, senza via d’uscita, come elemento catalizzatore di un conflitto generazionale giunto all’estremo.

Potremmo ridiscutere l’età inquieta dell’adolescenza (citando un film magistrale di uno degli autori citati poco fa), il giudizio e la morale nella società di oggi, così dirompenti, in una continua messa in scena dove i giovani sono protagonisti senza controllo, soprattutto in una fase delicata della loro vita e della storia. Qui si palesa il cortocircuito che il film presenta allo spettatore. I giovani dunque; da qui emergono le fortissime difficoltà di “brandirne” il linguaggio, di comprenderne i significanti, i segnali che lanciano quotidianamente per manifestare il loro esistere, non privo di disagio.

La giovane protagonista Lise, interpretata dall’attrice esordiente Melissa Guers, è la rappresentazione perfetta dell’ambiguità e l’imperscrutabilità di una adolescente; non siamo mai convinti della sua colpevolezza, ma neppure della sua assoluta innocenza. Anche se sembra essersi chiusa dopo la tragedia che ha portato alla morte dell’amica, nella ricostruzione dei fatti, si palesano come già nel periodo antecedente il dramma vi fossero difficoltà nella comunicazione. “Molte cose dei nostri figli non le conosciamo”, troppe cose sono nascoste ed emergono in modo sorprendente. Con il processo, il padre e la madre di Lise scopriranno aspetti della figlia che per loro erano impensabili.

Roschdy Zem e Chiara Mastroianni, nei panni di Bruno e Celine, il padre e la madre di Lise, impreziosiscono l’opera con due interpretazioni di una profondità e di una consistenza fondamentale. Se la Mastroianni non ha bisogno di presentazioni, va sottolineato il grande apporto di Zem in una stagione straordinaria della sua carriera, sicuramente tra gli attori d’oltralpe più talentuosi e potenti della sua generazione, che aggiunge un’altra grande performance dopo Roubaix, une lumière di Arnaud Desplechin. A dar manforte, Anaïs Demoustier, che veste i panni di un incalzante Pubblico ministero e l’esperienza di Annie Mercier, nel ruolo della difesa.

Il processo in Corte d’Assise è molto ben curato, ricostruito nei dettagli e realistico, tra argomentazioni e regolamentazioni. Il dibattito avviene nell’aula dove si svolge il processo. Fuori dall’aula: riflessioni e intime riconciliazioni. Il grosso della comunicazione verbale avviene lì, in un significativo contrasto tra voci e silenzi, quelli della protagonista. L’aula caratterizza la scena, una cospicua parte del film. La parola e la descrizione dei fatti danno forma alla fabula in questo luogo di confronto. Le testimonianze, gli interrogatori e i “botta e risposta” tra pubblico ministero, difesa e non solo. Con Lise che quando decide di parlare lascia segni indelebili.

Queste fasi hanno un ruolo portante nel raccontarci chi era la protagonista e chi è oggi dopo i fatti, nel farci comprendere ciò che è successo, anche se non sono rivelatrici della verità. Così come non lo sono le immagini delle videocamere di sorveglianza o dei telefonini portate al processo ed esaminate in sede di indagine.

In quest’opera troviamo il ritratto di una famiglia messa in crisi dall’esterno, non tanto dal suo interno, dove scricchiolano alcune convinzioni o credenze, ma non viene mai meno la certezza dell’amore, ed è davvero difficile dire quanto sia convenzionale questo quadro. La crisi di una famiglia che sembrava perfetta e che prova in tutti i modi a rimanere unita, e non accetta di frammentarsi, né di arrendersi.

Rimane il dubbio, il mistero sulla colpevolezza, anche perché il film non ci vuole consegnare innocenti o colpevoli, ma vuole interrogarsi senza dare soluzioni, lasciandoci liberi di interpretare un affresco contemporaneo. La ragazza con il braccialetto ci consegna un personaggio che non è né un eroe, né un antieroe, né buono né cattivo, con una dimensione imperscrutabile del racconto della sua protagonista, cosa tutt’altro che scontata in fase di scrittura e ancor di più in scena.

In questo mistero, trascurando la volontà di imporre un lieto fine che non è scontato, si “srotola” la sceneggiatura solidissima del film. Un lungometraggio che passa dalla minuziosa precisione e dal realismo nel ricostruire il processo, alla perizia nel forgiare e dare autenticità ai suoi personaggi. Poi il coinvolgimento forte di uno spettatore che non riesce mai a ritrovarsi dalla parte di Lise e dei suoi genitori, ma tanto meno dalla parte dell’accusa. Sicuramente dalla parte del dibattito e testimone di una crisi, più che mai reale, che attraverso un’adolescente insinua l’equilibrio di un’intera famiglia.

Il braccialetto è quell’oggetto che monitora Lise agli arresti domiciliari, che tiene traccia dei suoi spostamenti e la costringe dentro casa. Ma il braccialetto può essere anche quell’ oggetto prezioso che simboleggia il ricordo di un’amicizia o di un amore che non c’è più. In questa contrapposizione si snoda la grande metafora del film e la dicotomia fra due poli opposti a cui tende: libertà e costrizione. Dunque la poetica di questa opera passa inevitabilmente di qui, dalla tensione fra questi due estremi e dalle espressioni dell’amore che li unisce. L’amore incondizionato di un padre, l’amore fraterno, ma non solo. Anche l’amore governato dalla passione che può toglierci la libertà o restituircela. Passa per l’amore dunque, passa anche per l’amicizia e descrive lo shock di un lutto.

La ragazza con il braccialettoinfatti, porta con sé qualcosa che si manifesta reiteratamente, ed è la perdita, intesa come elaborazione di un lutto. Ma prima ancora è la perdita dell’innocenza, di una ragazza e dei suoi coetanei. Su questi valori, che vengono ridiscussi dai terribili costumi dal contemporaneo, riviviamo il ritratto di una crisi generazionale attraverso l’incubo di Lise, vittima e forse anche carnefice, e della sua famiglia che ha smesso di essere quella idilliaca di un tempo, qualunque sarà la sentenza.

Recensione di Lorenzo Ceotto (taxidrivers.it)

NOTE SUL REGISTA (da wikipedia France):

Stéphane Demoustier, né en 1977 à Lille, est un producteur et réalisateur français.

Diplômé de sciences politiques et d’HEC, il commence sa carrière au Ministère de la Culture, dans le département de l’architecture, où il produit et réalise des documentaires, avant de décider de quitter son poste pour se lancer dans le cinéma. En 2005-2006, il suit la formation de l’Atelier Ludwigsburg-Paris, organisée par la FEMIS et la Filmakademie Baden-Württenberg.

Cofondateur de la société de production Année Zéro avec sa sœur Jeanne Demoustier, Stéphane Demoustier a réalisé plusieurs courts-métrages, avant de réaliser son premier long métrage, Terre battue, sorti en 2014. Il est également le frère de la comédienne Anaïs Demoustier et de Camille Demoustier (créatrice de bijoux). Il a deux enfants, Cléo et Paul.

  • 2008 : Première (court métrage)
  • 2010 : Dans la jungle des villes (court métrage)
  • 2011 : Bad Gones (court métrage)
  • 2011 : Des nœuds dans la tête (court métrage)
  • 2012 : Fille du calvaire (court métrage)
  • 2014 : Les Petits Joueurs (court métrage)
  • 2014 : Terre battue
  • 2018 : Allons enfants
  • 2019 : La Fille au bracelet
  • 2021 : L’Opéra (série télévisée)

INTERVISTA A STEPHANE DEMOUSTIER di Fabien Lemercier

Apprezzato con Terre battue alla Settimana della Critica veneziana 2004, Stéphane Demoustier torna con il suo secondo lungometraggio, La Fille au bracelet, un dramma criminale e familiare interpretato da Roschdy ZemMélissa GuersAnaïs Demoustier e Chiara Mastroianni.

Cineuropa: I crediti di La Fille au bracelet fanno riferimento alla sceneggiatura del film argentino Acusada. Qual è l’origine esatta del progetto?
Stéphane Demoustier: All’inizio, mi hanno raccontato un fatto di cronaca avvenuto in Argentina ed è lo stesso fatto che ha ispirato Acusada. Quando abbiamo saputo che questo film era in fase di realizzazione, ci siamo rivolti agli argentini e il mio produttore ha concordato con loro che io avessi accesso alla sceneggiatura per assicurarmi che l’angolazione che avevo scelto non fosse lo stesso, da lì questa menzione nei crediti: non ci sono scene comuni ai due film. Ciò che mi interessava era il fatto di cronaca, a condizione di raccontare questa storia non dal punto di vista della giovane donna, ma dal punto di vista di coloro che la osservano, a cominciare dai suoi genitori. Come nel caso di cronaca stesso, è accusata di un crimine, aveva 16 anni al momento dei fatti ed è l’unica sospettata.

Come ha affrontato questo genere già abbastanza codificato del film processuale?
L’enorme vantaggio è l’altissimo livello di suspense. Quando partecipi a un processo in corte d’assise, è accattivante: aspetti sempre la testimonianza successiva e attendi con tensione il verdetto. Quindi questo struttura favorevolmente il film. Quello che volevo era ripristinare l’esperienza di un processo così come lo avevo vissuto io andando in corte d’assise, quando non ci sono prove davvero inconfutabili, ed è quasi sempre così. Non volevo dare uno sguardo onnisciente alla storia, stare un passo avanti rispetto allo spettatore, ma come lui scrutare il personaggio, cercare di capirne il funzionamento, i misteri… Non so se sia colpevole o innocente: avevo detto all’attrice di decidere e di non dirmelo mai.

Come il suo primo film Terre battue, La Fille au Bracelet è una storia di famiglia.
La famiglia è una micro società, quindi una società nella società e racconta qualcosa del mondo in cui viviamo. I protagonisti sono anche giovani, hanno un’età in cui ciò che viviamo ci segna in modo indelebile, un’età in cui ci si trasforma, quindi le esperienze che attraversiamo sono fondamentali. E nel raccontare la famiglia, raccontiamo anche questo: le generazioni si capiscono? Conosciamo veramente i nostri figli? Domande piuttosto universali e inesauribili.

Diciassette anni, l’età del personaggio principale, è un’età che trova affascinante da osservare?
È un’età che è allo stesso tempo molto fragile e con un’incredibile forza: si possono ancora avere ideali vividi, essere ferocemente indipendenti, non essere ancora troppo corrotti dalla vita o dal mondo. Siamo ancora vulnerabili perché non ci siamo ancora trovati, ma questo ci rende mobili. È anche un’età che resiste, che è ribelle, in cui cerchiamo di renderci inaccessibili. Quindi, è complesso, accattivante, interessante da esaminare. E per i genitori, questo mistero raggiunge il suo culmine nell’adolescenza perché è il momento in cui il bambino si rende volontariamente inaccessibile.

Il film fa indirettamente un ritratto della nuova generazione.
Quando stavo preparando il film, ho fatto leggere la sceneggiatura ad avvocati, ma anche a giovani che avevano l’età dei protagonisti, per essere sicuro che ciò che stavo dipingendo non fosse lontano dalla realtà. Ho quindi constatato quanto siano comuni i sextape come quello che circola nel film. Tuttavia, è di una violenza estrema ed è stato interessante interrogarsi su questo, portarlo alla luce. Ma il film non vuole giudicare una generazione contro un’altra, ma semplicemente mostrare che ci sono generazioni che non si capiscono necessariamente.