da sabato 14 a martedì 17 febbraio
SENTIMENTAL VALUE
Regia di Joachim Trier
con Renate Reinsve, Stellan Skarsgård, Inga Ibsdotter Lilleaas, Elle Fanning
Genere Drammatico, – Norvegia 2025, durata 132 minuti
Sabato 14 febbraio ore 21.15
Domenica 15 febbraio ore 16.30
Martedì 17 febbraio ore 21.15
In Sentimental Value il regista e sceneggiatore norvegese Joachim Trier fa una cosa difficilissima: imprimere la propria cifra stilistica personale e inconfondibile ad un argomento già molto frequentato dal cinema mondiale (compreso quello nordico), ovvero la complessità dei rapporti famigliari, e riesca anche ad incrociarlo felicemente con una riflessione sul cinema attuale che l’avvento delle piattaforme ha trasformato in un’invadente operazione di marketing dalle smaccate ambizioni hollywoodiane. Le vite di Nora e Gustav (figlia attrice e padre regista) sono, per motivi professionali (ma anche per scelta personale) una continua messinscena, e i loro sentimenti si esprimono molto meglio sul palcoscenico o sul set, mentre Agnes, che da secondogenita è stata più schermata dalle dinamiche tossiche genitoriali, cerca di mediare fra i due.
Renate Reinsve, già musa di Trier in La persona peggiore del mondo, è una Nora fragile e testarda che agisce e si muove come una bambina cristallizzata nella propria infanzia, mentre Stellan Skarsgard è monumentale nella sua interpretazione di un padre che ha messo la sua libertà personale e artistica prima di tutto, ma non ha smesso di amare le proprie figlie. Inga Ibsdotter Lilleaas è eccellente nei panni di Agnes e Elle Fanning crea il ritratto di un’attrice americana solo apparentemente superficiale.
Nora ha ascoltato le liti fra i genitori attraverso una stufa e ha passato il tempo a sfuggire ad un confronto con quel padre che invece ora cerca con lei un dialogo vero e ha scritto per lei la sua ultima sceneggiatura, ma in fondo l’ha scritta anche per se stesso, perché entrambi hanno bisogno di superare i non detti e le fratture fra di loro. La loro salvezza sta nelle mani l’uno dell’altra, ma l’abitudine al controllo di lui e all’autodifesa di lei rendono questo mutuo soccorso assai difficile. La regia di Trier si muove con la consueta morbidezza e fluidità nelle transizioni fra gli spazi e i sentimenti, spesso interrotta da schermi al nero e brusche frenate musicali, e riproduce la natura caleidoscopica dei rapporti, mantenendo una raffinatezza compositiva rarefatta ed essenziale, ma mai algida o priva di pathos: anzi, il pathos gonfia lentamente con la progressione geometrica (ma mai infeconda) della narrazione.
Il convitato di pietra è la madre di Nora e Agnes, una psicanalista che non ha saputo vedere la depressione della figlia maggiore, e il fantasma di Cechov aleggia sulle due (non tre) sorelle che sono il vero centro emotivo della storia. Solo alla fine Nora piangerà davvero (e noi con lei), e solo alla fine sarà chiaro che la famiglia può essere una somma di solitudini, quando manca la capacità di parlarsi davvero: ma quella capacità – forse – resta sempre possibile.
MARTY SUPREME
Regia di Josh Safdie
con Timothée Chalamet, Gwyneth Paltrow, Odessa A’zion, Kevin O’Leary, Tyler the Creator
Genere Biografico/Drammatico – USA 2025, durata 149 minuti
Domenica 15 febbraio ore 20.30
Lunedì 16 febbraio ore 21.15 – Cineforum Associazione Sissi –
Martedì 17 febbraio ore 15.00
e ancora
Sabato 21 febbraio ore 21.15
Domenica 22 febbraio ore 16.30
Martedì 24 febbraio ore 21.15
La convenzione vuole che le osservazioni sugli attori siano relegate alla fine delle recensioni. Ma l’elogio di Timothée Chalamet non può aspettare tanto, perché l’attore franco-americano gioca (letteralmente) il ruolo della vita, articolando parola e corpo e confondendo i confini tra la realtà e l’infaticabile ricerca del suo personaggio. Follemente energico, è presente in ogni scena per due ore e trenta minuti, con occhiali rotondi, baffetti a penna e un piglio vanaglorioso e delirante mentre calza scarpe alle signore come in un film di Truffaut (Baci rubati). E rubati sono pure gli amplessi che consuma nel retrobottega con la donna di un altro e i soldi per guadagnarsi la terra promessa. Da qualche parte a New York, cuore battente e ricorrente protagonista della filmografia dei fratelli Safdie, Marty/Chalamet è sempre in movimento, attraversa il film come un tornado, con le dita nella presa, senza smettere di parlare e di scommettere su se stesso. Il suo piano? Vincere i campionati del mondo di ping pong, estinguere i debiti e diventare semplicemente il migliore per vivere felicemente. Naturalmente, il progetto si ritorcerà contro di lui in modo spettacolare perché Marty è un magnifico perdente, un giocatore d’azzardo che preferirebbe scommettere sempre i suoi soldi piuttosto che spenderli.
Un personaggio esagerato, vittima consenziente della propria autodistruzione, sullo stampo di Howard Ratner (Diamanti grezzi), un altro newyorkese e mascalzone patetico destinato al disastro.
Megalomane e spregiudicato giocatore di ping pong, Chalamet, nuovo a un ruolo ‘antipatico’ e mai così estatico, completa la galleria di anime perse, imperfette e irresistibili dei Safdie, per la prima volta tutti soli. Dopo Uncut Gems, un diamante tagliato per essere eterno, hanno preso vie differenti. Benny ha scelto Dwayne Johnson, Josh Timothée Chalamet. Il risultato sono due affreschi sportivi dall’energia diametralmente opposta: Smashing Machine assume nella forma l’immobilismo a cui si condanna il suo eroe, Marty Supreme è ipercinetico, in movimento costante come il suo protagonista, fluido, affilato e impegnato simultaneamente in una ricerca e in una fuga, due percorsi destinati inesorabilmente a scontrarsi. Nella sua avventura dinamica e caotica, ci sono tracce di Prova a prendermi e di Fuori orario ma senza imitarli, lo sguardo preciso e originale di Josh Safdie mantiene la coesione, offre uno spettacolo inebriante e continua a esplorare lo stesso percorso intimo, mescolando finzione, autobiografia, sottocultura e sociologia.
Se la scelta di aprire un film ambientato negli anni Cinquanta sulle note di “Forever Young” degli Alphaville può sconcertare, e la scena in sé è sorprendente, la selezione anacronistica dei brani acquista rapidamente un senso. Le composizioni elettroniche di Daniel Lopatin infondono una vitalità cosmica e un tocco fantasmagorico a questa favola sulla persistenza del sogno americano. Mai uno sport apparentemente innocuo come il ping pong è parso così eccitante da meritare il grande schermo.
Marty Supreme dispiega un racconto denso, alimentato instancabilmente da nuove peripezie e da una moltitudine di personaggi singolari e diversamente canaglieschi, che procura uno straordinario senso di stordimento. A contare è il flusso ininterrotto di scene della vita quotidiana, professionale e sentimentale di un eroe in ambasce perenne e perfettamente aderente all’estetica serrata di Safdie. Sublimato dalla fotografia di Darius Khondji, che detta da sola lo stile del film, l’ambiziosa fuga in avanti di Chalamet sfida ogni tentativo di comprensione psicologica e di giudizio. Anche quando la frenesia assume una sfumatura malinconica, il mistero rimane, la sua opacità terrorizza ed eccita insieme, come quegli incubi di cui non possiamo fare a meno di prolungare i tormenti, per provare che siamo ancora vivi. Così Safdie sottopone lo spettatore a un ciclone di pessime decisioni prese dal suo eroe che ha una sola ambizione in testa, diventare il campione mondiale di uno sport che nessuno prende sul serio. Non in America e non nel suo entourage, perché Marty è nato nell’epoca sbagliata, nel Paese sbagliato e col talento sbagliato per diventare ricco e famoso. Figlio della working class, è ebreo, come Béla Kletzki (Géza Röhrig) e Josh Safdie, che ritorna sulle sue radici ebraiche e l’ebraismo americano (Diamanti grezzi). Marty è un altro ebreo che subisce una tale sventura da sembrare ira divina, ma si rifiuta di arrendersi fino a escogitare una sorta di sfida a Dio: il gioco. Un gioco a cui vuole veramente vincere, per elevarsi al di sopra del caso e di tutto quello che i comuni mortali ritengono incerto. Meglio, sa che vincerà, nonostante tutto, nonostante la madre, lo zio, l’amante, il marito dell’amante e il cattivo di turno (Abel Ferrara), che trasforma un racconto di formazione in un una virata notturna e rurale, una discesa all’inferno e ritorno. Di Ferrara, come di Scorsese, celebri apostoli del ventre oscuro della Grande Mela, Josh Safdie è prole folle e ipercosciente. Ossessionato dalla riproduzione di una forza vitale, la spinge fino alla trasfigurazione, firmando un’opera formalmente e tematicamente esaltante. Quello di cui aveva bisogno era una pallina da ping pong e un attore che sfida chiunque a prenderlo. Per 150 minuti fugge a tutta birra l’età adulta e quegli adulti che un bel giorno smettono di incalzarlo. Lui allora rallenta, si ferma davanti al vetro di un reparto maternità e piange a calde lacrime un nuovo amore. Con Marty Supreme, il miracolo Timothée Chalamet è compiuto.
Tariffe
- Intero€ 7,00
- Ridotto€ 6,00
- Speciale Biblioteca€ 4,00
- Abbonamento 6 ingressi€ 27,00








