Da giovedì 11 a martedì 16 dicembre
GREEN IS THE NEW RED
Regia di Anna Recalde Miranda
Genere Documentario – Italia/Paraguay 2025, durata 105 minuti
Giovedì 11 dicembre ore 21.00
videocollegamento con la regista Anna Recalde Miranda
Anna Recalde Miranda torna in Paraguay, paese d’origine del padre e grazie all’incontro con l’avvocato Martín Almada, prigioniero politico negli anni ’70 sotto la dittatura di Stroessner e poi scopritore dei cosiddetti “archivi del terrore”, ricostruisce la storia del Paraguay e della sua relazione con la repressione del dissenso. A emergere sono il Piano Condor, l’influenza odierna dell’anticomunismo sulle politiche democratiche, il decennale processo d’appropriazione delle terre per destinarle alla coltivazione intensiva della soia, controllata dalle multinazionali dell’alimentare. Un viaggio nel cuore nero di una nazione, e negli archivi di una memoria collettiva e individuale. Accompagnando il racconto con la sua voce narrante, la regista rivela la dimensione intima della sua ricerca, facendola però incontrare con la storia del Paraguay e la necessità, in un tempo in cui ogni forma di dissenso è sotto controllo, di tornare a lottare. Lo si legge anche nella dedica al termine dei titoli di coda di questo documentario semplice e diretto: “In memoria di tutti coloro che lottano”. A cominciare da Rufino Recalde Milesi, bisnonno della regista, negli anni ’20 primo deputato socialista del Paraguay, e poi da tutti i militanti di sinistra arrestati e torturati durante la dittatura del generale Stroessner, che durò dal 1954 al 1989, di cui sono stati ritrovati foto e documenti negli “archivi del terrore” della dittatura, scovati da Martín Almada nel 1992 nella città di Lambaré.
Quell’insieme spaventoso di elementi di una vera e propria burocrazia della morte costituisce la prova più eclatante dell’esistenza del Piano Condor, l’accordo con cui i governi di sette dittature militari dell’America Latina, Argentina, Bolivia, Cile, Paraguay, Uruguay, Perù e Brasile, sotto il comando e la gestione degli Stati Uniti, nel corso degli anni ’70 repressero le lotte comuniste, sindacali e per diritti civili nei rispettivi paesi.
Facendo sua una domanda di Abramovici, il film si chiede: se le leghe anticomuniste, con la loro cultura della repressione del dissenso e la loro sistematica lotta al “nemico interno”, erano ancora attive ben dopo la fine della dittatura, lo sono ancora oggi? Green Is the New Red non si limita infatti a ricostruire il passato del Paese, ma guarda al suo presente, alla repressione della lotta per le terre; alla coltivazione intensiva della soia sotto il controllo delle multinazionali; all’inutile tentativo del governo di sinistra (come dice l’ex ministro Miguel López Perito, intervistato) di opporsi all’influenza dell’ambasciata americana.
Green Is the New Red è uno sguardo sul passato, ma vuole essere un monito per il futuro: con quel suo titolo che fa presagire un cambio di colore, o meglio un passaggio di consegne tra forme di lotte sempre diverse e sempre uguali, indica la strada da seguire.
GIOVANI MADRI
Regia di Jean-Pierre Dardenne e Luc Dardenne
con Babette Verbeek, Elsa Houben, Janaina Halloy, Jef Jacobs, Günter Duret
Genere Drammatico – Belgio 2025, durata 104 minuti
Sabato 13 dicembre ore 21.15
Domenica 14 dicembre ore 16.30
Martedì 16 dicembre ore 21.15
I fratelli Dardenne, dopo aver lasciato prevalere la dura realtà nel film precedente, offrono qui uno spazio a una speranza che non si traduce in un happy end retorico. Il film trae origine da un’indagine che i due registi hanno compiuto in una ‘maison maternelle’ nella zona di Liegi avendo in mente di realizzare un film con al centro una sola giovane madre. Le storie che hanno potuto ascoltare nel corso di quella visita li hanno spinti a scrivere una sceneggiatura in cui si seguono cinque storie tenendo sempre come punto di riferimento il centro di assistenza al quale le giovanissime protagoniste finiscono con il fare ritorno. Non si tratta, è bene chiarirlo, del classico film ‘corale’. Ognuna di loro segue ed è seguita nel suo percorso individuale in cui fare emergere le più differenti situazioni di crisi.
C’è chi sta diventando madre senza aver ancora trovato una risposta al quesito fondamentale su perché sia stata abbandonata alla nascita. C’è chi vede scomparire dall’orizzonte il padre del nascituro o chi sente di dover dare al neonato un futuro di sicurezza economica ed affettiva che non ha avuto oppure chi, nonostante la forza di volontà, teme di non riuscire a stare per sempre lontana dall’attrazione della tossicodipendenza. C’è poi chi sviluppa un percorso meno complesso ma non per questo non importante. I Dardenne si sono imposti, in questa occasione, di lasciare qualche spazio all’imperfezione in favore di una maggiore leggerezza. L’esito è quello di uno scavo nell’umanità delle proprie protagoniste colte sia nei momenti di crisi che in quelli in cui una luce in fondo al tunnel sembra potersi cogliere. Sempre con quella vicinanza che, anche se non è più quella di una camera che pedinava da vicino la Rosetta di una lontana Palma d’oro, fa sentire quanto l’umanesimo dardenniano si nutra dell’osservazione della realtà finalizzata non a una ipotetica e solo superficiale mobilitazione delle coscienze quanto piuttosto al desiderio di porre lo spettatore dinanzi ad interrogativi che non coinvolgano i massimi sistemi ma piuttosto la mai banale quotidianità.
Il loro cinema si colloca accanto alle persone e anche quando, come in questo ed in altri casi, i soggetti delle narrazioni sono estremamente distanti per età rispetto a loro sanno coglierne e portare sullo schermo l’intima verità grazie ad uno sguardo che non si ferma mai alla superficie e non si arroga il potere del giudizio.
I COLORI DEL TEMPO
Regia di Cédric Klapisch
con Suzanne Lindon, Abraham Wapler, Julia Piaton, Vincent Macaigne, Zinedine Soualem
Genere Commedia – Francia 2025, durata 124 minuti
Domenica 14 dicembre ore 20.30
Lunedì 15 dicembre ore 21.15
Martedì 16 dicembre ore 15.00
e ancora
Sabato 20 dicembre ore 21.15
Domenica 21 dicembre ore 16.30 e 20.30
Un riuscito esercizio di cinema popolare che – solcando tra le epoche – mette in connessione le frustrazioni del mondo moderno con una visione idealizzata della mistica ottocentesca. Nel mezzo, un gioco di specchi che riflette sul valore dell’immagine (dipinta o fotografata) e sugli intrighi affettivi che si fanno segreto dei grandi momenti di svolta della storia francese.
Leggero e sornione, sempre ammiccante ma mai stucchevole; l’equilibrio è delicato ma nelle mani di Cédric Klapisch c’è la garanzia di una carriera intera votata alla ricerca del piacere del grande pubblico. In fondo anche chi non ne ricorda il nome conserverà memoria del grande successo de L’appartamento spagnolo, dei relativi seguiti oppure, prima ancora, di Aria di famiglia.
Con I colori del tempo, il regista francese ritrova uno smalto che gli mancava da un po’, dirigendo con brio un grande cast corale (tutt’attorno a Vincent Macaigne c’è una carrellata di figli d’arte, specialmente della nuova generazione a partire da Suzanne Lindon, e chissà che non sia una strizzata d’occhio ai temi del film) che si rincorre dalle taverne di una Montmartre fin de siècle ancora campagnola fino ai mosaici digitali di una riunione su Zoom, passando per la prima mostra dei pittori impressionisti raggiunta da viaggi nel tempo psichedelici grazie a un trip di ayahuasca. Il filo rosso che attraversa la vicenda è quello dei legami familiari e di una certa suspense genealogica, ma altrettanto importanti per Klapisch (come sempre alla sceneggiatura con Santiago Amigorena) sono i rapporti esterni che ci si sforza di stabilire con persone nuove, e che forse, chissà, saranno suggellati di fronte a una strada che una sera si illuminerà di una tecnologia nuova.
I cliché, si sarà capito, abbondano; eppure il film possiede un’energia gioviale che gli permette di giocare con il prevedibile e di aggiungere tasselli su tasselli in un parossismo di riferimenti culturali, rimanendo però divertente. È del resto una festosa celebrazione del progresso e dei suoi artisti, e della nozione stessa di arte nella sua accezione più vasta e popolare – quella che contribuisce alla coscienza collettiva anche senza partecipazione diretta. Il risultato è un feel-good movie consapevole di sé.
Tariffe
- Intero€ 7,00
- Ridotto€ 6,00
- Speciale Biblioteca€ 4,00
- Abbonamento 6 ingressi€ 27,00










