Cinema Politeama
Multisala
via Galimberti, 16
Seveso MB
Regia di Sophie Chiarello
con Aldo Baglio, Giacomo Poretti, Giovanni Storti, Luciano Storti, Marina Massironi
Genere Documentario – Italia 2025, durata 90 minuti
Il titolo di questo documentario a prima vista appare come una battuta delle tante, tra il reale e il surreale, che hanno costellato gli spettacoli e i film dei tre attori/amici. Ha invece una sua origine nella valutazione ricevuta da uno di loro in tempi e circostanze che lo spettatore scoprirà. Un titolo alternativo, riecheggiando quello del loro primo successo nelle sale cinematografiche, avrebbe potuto essere “Due milanesi e un provinciale”. Perché Aldo e Giovanni si sono conosciuti e frequentati a Milano nell’oratorio e sul palco del teatro della parrocchia di Sant’Andrea mentre Giacomo i suoi primi passi da attore li ha mossi (dalle suore) a Villa Cortese nella provincia della metropoli lombarda.
Sophie Chiarello, la cui presenza non viene occultata dai tre che addirittura la coinvolgono inizialmente nei loro scambi di battute, è riuscita a trovare la giusta cifra narrativa seguendoli talvolta insieme e talaltra separatamente facendo emergere le storie di ognuno, le convergenze ma anche le differenze. In questo viaggio nella memoria la riflessione sul passato e sugli inizi, sia delle amicizie sia dell’approccio al palcoscenico, permette di comprendere come il loro legame si sia progressivamente formato a partire da una base di vita vissuta anche nell’ambito del lavoro.
Fabbrica e ospedale non sono mancati nell’esperienza giovanile e il fatto che i tre abbiano creato un sodalizio che ha visto due di loro integrare il terzo (Giacomo), viene spiegato dalle loro voci, dai sopralluoghi nei posti in cui sono cresciuti anche artisticamente. Non mancano i testimoni del loro percorso ma la scelta concordata con Chiarello li vede sempre compresenti. Non sono gli altri da soli a parlare di loro ma il ricordo delle varie esperienze viene condiviso e emerge grazie all’apporto di tutti. Non si tratta però di un ritratto agiografico o solo divertito e divertente. Ci sono anche squarci di riflessione e di ripensamento su quanto accaduto, come accade, ad esempio, nell’incontro con Marina Massironi. Su un piano più strettamente cinefilo ci viene a volte mostrato come gag nate in teatro siano state sviluppate successivamente nei film.
Anche se ora ognuno ha preso una propria strada sul piano artistico dopo questo panorama, che attraverso loro ci racconta di forme di spettacolo e di aggregazione ormai scomparse, nasce il desiderio di vederli ancora insieme a teatro o sullo schermo di un cinema. D’altronde già i Pooh cantavano “Dove sono gli altri tre”. In questo caso basta trasformare il tre in un due.
Regia di David Freyne
con Miles Teller, Elizabeth Olsen, Callum Turner, Da’Vine Joy Randolph, John Early
Genere Commedia – USA 2025, durata 112 minuti
È una commedia romantica brillante, visionaria e commovente, Eternity. Non è una rom-com qualsiasi, incentrata sul solito triangolo amoroso, si rivela sorprendente e originale nella scrittura e nello sviluppo, dando continuamente senso e sostanza alla sua definizione. Commedia, perché fa ridere veramente, propone battute esilaranti, acute, intelligenti e ben scritte. Ma in senso più ampio non rinuncia alla parte più malinconica, con colpi di scena e toccanti punte di drammaticità capaci di commuovere. Romantica, perché tutto ruota attorno all’amore, e a una serie di domande.
La prima, di situazione: con chi passare tutta l’eternità, considerato che non si può poi fuggire dalla scelta, pena il confino in un vuoto senza fine? La seconda, di scelta: vale di più un grande amore giovanile, esplosivo, passionale, ma mai vissuto fino in fondo nell’adultità, o un amore ordinario lungo 65 anni, logorato dal tempo, dai litigi, cementificato dal crescere insieme e dalla cura reciproca? La terza, esistenziale: di cosa siamo fatti, se non di ricordi condivisi? A una sceneggiatura brillante e capace di virare dall’esilarante al commovente – e sempre di emozionare – firmata Pat Cunnan, si aggiunge una regia capace, quella di David Freyne, che realizza una commedia pop decisamente ironica e autoironica, che non rinuncia alla visionarietà di certe scene.
Su tutte, una fuga finale che non sveleremo, e che porta con sé suggestioni di Se mi lasci ti cancello di Michel Gondry (e del decisamente meno riuscito A Big Bold Beautiful Journey). C’è una chiara e lieve denuncia alle folli rigidità del sistema dietro il racconto finale della ricerca e punizione dei trasgressori dell’Al di là: a tutti è democraticamente garantita l’eternità, buoni e cattivi, ma a nessuno è concesso il ripensamento. Una volta che si sceglie un’eternità (ce ne sono diverse tra cui scegliere, altra stoccata al consumismo e alla sovrabbondanza di opportunità in cui siamo sempre immersi) e la persona con cui passarla non si può più tornare indietro. Un after life che non ha nulla a che vedere con i vari Ghost e Al di là dei sogni, se non il tocco di chiaro romanticismo che pervade tutta l’opera, la sua ironia sfrenata e graffiante ne rimarca a ogni scena l’unicità. Il resto lo fa il cast di assoluto pregio e riconoscibilità, Joan è la star Marvel Elizabeth Olsen, Jerry il volto di Whiplash e Top Gun – Maverick Miles Teller, Jerry l’avvenente divo Callum Turner e, nel ruolo tutto da scoprire del “C.A.”, l’attrice premio Oscar Da’Vine Joy Randolph, in una delle sue performance più divertenti.
È un film raro, anche perché dà al pubblico tutto quello che promette: una buona storia, attori credibili, e due ore di appassionante viaggio ultraterreno in cui ripercorrere la via dei ricordi, lastricata di vita, di esperienze e di amori indimenticabili.
Regia di Petra Volpe
con Leonie Benesch, Sonja Riesen, Alireza Bayram, Selma Jamal Aldin, Urs Bihler
Genere Drammatico – Svizzera/Germania 2025, durata 92 minuti
Floria lavora come infermiera in un ospedale cantonale svizzero: è giovane, abile, esperta, disponibile. E come succede sempre più spesso, insieme a una sola altra collega è l’unica di turno nel suo reparto e può contare giusto sull’apporto di una studentessa in tirocinio. Nonostante ciò, Floria riesce incredibilmente a occuparsi di tutti i pazienti, consolando un’anziana signora sola, promettendo a un paziente in perenne attesa l’arrivo imminente del medico, parlando con i parenti di una donna in punto di morte, sopportando le pretese e le ingiurie dei ricoverati con l’assicurazione privata. Per Floria il turno è infinito, e così la sua pazienza, anche dopo aver commesso un errore potenzialmente disastroso. Al termine del film, una dicitura informa lo spettatore che nel 2030 in Svizzera mancheranno 30.000 infermieri qualificati e che la questione è in realtà globale e rappresenta un rischio per tutti. Floria, dunque, è una delle poche persone ancora impegnate in un mestiere fondamentale che, a quanto pare, nessuno vuole o sa più fare (e lei lo sa fare benissimo, come ogni paziente infine ammette). Significativamente, nella sua concitata e folle giornata di lavoro nessun medico si presenta in reparto, lasciando a lei e alla collega (che si vede a tratti e si immagina impegnata in un’analoga odissea professionale) il compito di reggere un intero reparto. Potrebbe sembrare una scelta narrativa eccessiva motivata da necessità drammaturgiche, ma la didascalia finale (in cui si aggiunge che in Svizzera il 36% del personale infermieristico abbandona il lavoro dopo appena quattro anni di servizio) fa capire che invece è un puro adattamento della sceneggiatura a un’emergenza reale.
C’è un solo momento, in L’ultimo turno, in cui Floria incontra un medico – e nemmeno in reparto, ma sulle scale di servizio, mentre la chirurga in questione s’appresta ad andare a casa dopo ore di turno – e illustra perfettamente i rapporti di forza che vigono all’interno di un ospedale: le infermiere (o gli infermieri, come quello di cui Floria prende il posto a inizio turno) non hanno che da obbedire ai loro superiori, opponendo al rispetto ottuso delle regole la loro moralità.
Floria, del resto, sa cos’è giusto e cosa è sbagliato, sa quali sono i pazienti con bisogno di supporto e quali da non contraddire; sa quando è il momento di tacere e quando è possibile parlare. «Lei è un angelo», le scrive l’anziano signore ammalato che, stanco di aspettare una visita che non arriverà, fugge dall’ospedale rendendo comunque omaggio all’unica persona che gli ha dato ascolto. Come dimostra il finale – prevedibile, ma in fondo unico momento di sospensione lirica in un racconto dal ritmo forsennato – Floria ha qualcosa di trascendentale, è unica nella sua capacità di stare dietro a tutto, di riuscire in tutto (o quasi), diventando sempre più umana, o meglio più umana dell’umano, e dunque angelica.
La regista Petra Volpe, che ha presentato il film all’ultima Berlinale nella sezione Gala, segue la sua protagonista con la macchina a mano nel corso di lunghi piani-sequenza che trasmettono la concitazione delle sue ore. La tecnica naturalmente impeccabile, per quanto garantita ormai da qualsiasi prodotto cinematografico o televisivo (come nel recente Adolescence, ad esempio), crea un’atmosfera di continua tensione, e punta naturalmente all’identificazione dello spettatore con l’esperienza della protagonista.