FAI BEI SOGNI – RASSEGNA CINEMA BUIO IN SALA!

CINETEATRO ASTROLABIO VILLASANTA
mercoledì 15 marzo

Rassegna cinema Buio in sala! - Inizio film ore 21,15
Ingressi € 5,00 Intero – 4,50 Ridotto residenti e convenzioni – 4,00 Over 65 – studenti
Ciclo FAMIGLIA: ISTRUZIONI PER L’USO in  collaborazione con Assogen – Associazione Genitori Villasanta
FAI BEI SOGNI
Un film di Marco Bellocchio con Valerio Mastandrea, Bérénice Bejo – ITA 2016, 134 minuti.

Il film racconta la storia di una difficile ricerca della verità e allo stesso tempo la paura di scoprirla. La mattina del 31 dicembre 1969, Massimo, nove anni appena, trova suo padre nel corridoio sorretto da due uomini: sua madre è morta. Massimo cresce e diventa un giornalista. Dopo il rientro dalla Guerra in Bosnia dove era stato inviato dal suo giornale, incontra Elisa. La vicinanza di Elisa aiuterà Massimo ad affrontare la verità sulla sua infanzia ed il suo passato e a elaborare il lutto?
FAI BEI SOGNI si basa sul romanzo omonimo, e di successo, di Massimo Gramellini, vicedirettore de La Stampa, dal 1999 firma del “Buongiorno”, corsivo di ventidue righe in prima pagina a commento di uno dei fatti della giornata, nonché presenza fissa nella trasmissione di Fabio Fazio, su RaiTre, Che tempo che fa.

È un film su un uomo mai riconciliato con se stesso e con gli altri, Fai bei sogni? Sì, naturalmente, ed è anche un film su un orfano che, per troppi anni, non ha mai saputo (o voluto capire) come e perché fosse morta l’amata madre, a soli 38 anni. Ma come sempre, nel cinema di Bellocchio, il pretesto narrativo che tiene a galla, in superficie, il racconto, serve a qualcos’altro, a qualcosa di più. Serve per farci identificare con la figura di un personaggio “addormentato” (si pensi anche a Bella addormentata, altro lavoro che partendo da una storia reale, quella di Eluana Englaro, raccontava molto di più sul nostro paese), ad un bambino che, nel sonno, viene salutato per l’ultima volta dalla mamma con ”fai bei sogni”, ad un uomo che, crescendo, nella nostalgia e nel ricordo, nella commemorazione e nella disillusione, racchiude le caratteristiche di una popolazione ipnotizzata e schiava, raggirata e vinta.
La nostalgia e la commemorazione, come quella per il Grande Torino schiantatosi sulla collina di Superga, la mistificazione (sì, anche e soprattutto quella delle immagini, come nel frammento relativo a Sarajevo, con il fotografo interpretato da Pier Giorgio Bellocchio che sposta il bambino sulla sedia intento a giocare con un videogame per frapporlo tra l’obiettivo della sua macchinetta e il cadavere insanguinato di una donna), le bugie (quelle “a fin di bene”, quelle di Stato, quelle di religione), il tramonto del (nuovo) miracolo italiano, con Tangentopoli e la fine della Prima Repubblica, l’alba di un altro, incredibile inganno.
Un tuffo è un tuffo, alla fine. Quello che conta è sapere per tempo se il corpo troverà l’asfalto, o l’acqua. Perché da quest’ultima è possibile riemergere, e tornare a respirare. Allora sì, forse, sarà anche possibile continuare a sognare. Liberarsi dell’inganno, prendere consapevolezza. Ritrovare quel qualcosa che si era andato a nascondere troppo bene e, insieme, nascondercisi a sua volta per provare a guardare un po’ più in là. Oltre.
Come ancora una volta il cinema di Bellocchio ci invita a fare, seppur attraverso momenti e situazioni che lì per lì possono apparire accessori, di troppo, “già visti”. E sentiti. Perché la menzogna, più di qualsiasi altra cosa, ha bisogno di ripetersi. Di sedimentarsi. Di farsi abitudine. E per aprire gli occhi, per risvegliarci, magari può bastare una telefonata nel cuore della notte. O un film (solo apparentemente) mortifero ma così tremendamente stratificato del solito, grande, regista di Bobbio.

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